15 febbraio 2018

Il racconto del parto naturale di Serena

Il racconto del parto naturale di Serena

Non esiste un grande amore senza un grande dolore
 
anonimo
 

Visto da Lui

Si dice che ci siano situazioni in cui trovi un coraggio che non sai di avere. Per mesi ho provato a vedere i video dei parti su youtube, ma dopo pochi secondi dovevo smettere perché mi faceva troppa impressione. Il sangue il dolore, non erano cose per me.
Dovevo trovare un modo per poter vivere quell’esperienza e non perdermi dietro le mie paure, dovevo trovare il modo per farmi coraggio e non perdermi nemmeno un istante di quell’evento straordinario.
Ho guardato dentro di me ed ho capito che l’unico modo che avevo per riuscire a filtrare le mie emozioni era raccontarle, una catarsi per esorcizzare la mia ancestrale paura di ospedali, medici e dolore. Ho quindi deciso di fare un servizio fotografico sul parto di mia moglie per raccontare la nascita di mia figlia. 
Una macchina fotografica per creare quasi un filtro tra me e le mie emozioni, in modo da raccoglierle, contenerle dentro un sensore e quindi permettermi di dominarle.
 
Quando scelsi di portarmi una macchina per questo reportage il grande dilemma fu che ottica scegliere. Parlai con un amico e collega che aveva avuto la stessa esperienza qualche tempo prima e mi disse che permettevano di arrivare molto vicino alla bimba appena nata. In quel momento mi fu tutto chiaro, sarei andato con un 16-35.
Perchè un ottica così corta? Perchè  quando lavori così corto amplifichi e porti lo spettatore direttamente dentro la scena.
E’ un emozione forte? Bene voglio amplificare la sua forza e portare le persone che guarderanno le immagini li con me.
Ma questa è la teoria, arriva il giorno fatidico e sei li in ospedale, la macchina nella borsa, Serena sul letto che comincia a soffrire, Giulia che scalpita per venirci a conoscere.
All’improvviso scopri che la relfex è troppo rumorosa, troppo grande e troppo invasiva per permetterti di rubare l’attimo. Serena non faceva che ripetermi di metterla via, nonostante il nostro accordo fosse quello di raccontare tutto il percorso fino alla nascita di Giulia. Cosa fare? Non posso correre a casa a prendere la mia Sony alpha 7 RIII, sono qui e da qui non me ne posso andare. Mentre questi pareri si rincorrevano in me mi è venuto in mente Michel Christopher Brown  il fotografo della Magnum che utilizza l’Iphone. Per questo nei momenti di maggior tensione ho appoggiato la mia Canon 5D e ho imbracciato il mio Samsung Galaxy S7. Questa scelta mi ha permesso di nascondermi agli occhi di Serena che non capiva di essere fotografata.
Divenni all’improvviso invisibile, potevo avvicinarmi a lei e cogliere ogni istante senza disturbare la scena.
 
Certo non è facile vedere tua moglie che sente arrivare le contrazioni, non è facile vincere quel senso di impotenza di vederla star male e non poter far nulla. 
Sei li, vedi i dolori che le cambiano l’espressione del viso, senti la voce che si modifica ma tu non puoi fare nulla, devi solo aspettare. Cerchi in qualche modo di alleviare le sue sofferenze, puoi passarle una bustina di miele, l’acqua ma non puoi fare molto. 
 
Ad un certo punto le contrazioni sono diventate più frequenti, Serena sempre forte, ha cominciato a controllare la sua respirazione e a cercare una posizione che le desse sollievo. Stava per iniziare l’ultima fase, il travaglio attivo. Arriviamo in sala parto, è notte, ci accoglie lo sguardo rassicurante di Angela (nomen omen), la stessa ostetrica che quasi quarantotto ore prima aveva ricoverato Serena.
Già quanto tempo era passato da quel sabato mattina in cui stavamo per uscire di casa per un caffè e ci siamo invece trovati all’ospedale.
Quarantotto ore che stavano per cambiare le nostre vite, quarantotto ore dove abbiamo incontrato alcune persone che resteranno per sempre nelle nostre menti per la loro dolcezza e la loro professionalità. Io e mia moglie vogliamo personalmente ringraziare le due ostetriche genovesi, Giulia e Francesca che si sono prese cura di Serena con un amore incredibile, il dottor Alessandro Svelato con la sua voce calma e risoluta che ha deciso per l’induzione ed infine la persona che ci ha accompagnati in questi nove mesi e che il caso ha voluto fosse in sala parto, il dottor Antonio Santucci l’umanissimo ed espertissimo ginecologo di Serena.     
 
Questi due giorni in ospedale adesso stavano per concretizzarsi nella nascita di Giulia.
Non è andata come nei film, Serena è una donna forte, ha deciso di farla nascere in piedi. E tu uomo in quei momenti sei lì, non sai davvero cosa fare, parli provi a rassicurarla, ma è veramente poco ciò che puoi. Per fortuna avevo la mia macchina li a pochi metri da me, l’ho presa in mano e in quel momento Angela mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “Sai, ho scelto di fare questo lavoro perché vidi il racconto di un parto fatto da un fotografo”. Lì ho capito che quello che stavo facendo poteva avere un senso più alto, oltre ad essere il mio personale scudo per affrontare le mie emozioni. 
E’ stato un secondo, è passata la stanchezza, la paura ho stretto la cinghia di cuoio al mio polso ed è partito il mio istinto di fotografo. Ho fatto quello che un fotografo deve fare, ho puntato l’obbiettivo dritto su quello che non pensavo mai di avere il coraggio di guardare, ho premuto il pulsante e ho cominciato a raccontare. 
Non ho smesso, finché non siamo usciti dalla sala parto, ho voluto creare un racconto completo, perchè in fondo questo so fare, raccontare le emozioni, anche se quando sono le mie è tutto maledettamente più difficile. Forse qualcuno di voi noterà che l’ultimo scatto è fatto con un 50ino, un’ottica più lunga; questo perchè è andato tutto meravigliosamente bene e non c’era più da rendere la tensione e il dinamismo che passa attraverso il grandangolo.
 
Visto da Lei
 
Era sabato mattina del 13 gennaio, una bellissima giornata di sole, avevamo in programma di uscire e prendere un caffè sul mare, ma una leggera perdita di liquido amniotico ha cambiato la nostra meta.
 
Riconosco di aver provato ad accelerare l’arrivo di Giulia con due scollamenti e molte lunghe camminate nell’ultimo mese. Avevo del resto avuto una gravidanza tranquilla, la bimba era formata ed era in posizione cefalica già da mesi per cui non volevo andare oltre la data di termine.
 
A mio parere posso dire che la gravidanza è stata aiutata da: lavoro, costante allenamento in palestra e una dieta equilibrata.
 
Sono una libera professionista, amo il mio lavoro e la fotografia è sempre stata la mia grande passione, per questo ho lavorato fino agli ultimi giorni di gravidanza.
Incontrare i miei clienti, fotografarli è stato un buon modo per impegnare la mia mente e non farmi sentire la stanchezza. La fotografia è sempre adrenalina!
 
Esercizi come yoga, pilates e stretching mi hanno aiutato a rinforzare la schiena, mantenere una postura corretta e controllare la ritenzione idrica. Consiglio a chi mi legge di fare yoga, perché sono molto simili agli esercizi che mi hanno fatto fare al corso pre-parto. 
 
Ho seguito una dieta bilanciata che fa parte di un mio stile di vita sano e orientato al biologico, ho assunto per tutta la gravidanza ogni mattina spirulina, acido folico e rosa canina. Ho anche preso cinque rimedi omeopatici per eliminare le tossine, ridurre l’insonnia, combattere l’anemia, controllare l’umore e rinforzare il sistema immunitario.
Una settimana prima del parto ho bevuto succhi di melograna che è un ottimo antiossidante. Ringrazio di questi preziosi consigli mio padre, che è un medico, specializzato in omeopatia. 
 
Ritornando a sabato 13, il giorno prima avevo fatto sei chilometri a piedi e questo forse ha aiutato la rottura delle acque che comunque erano limpide. 
 
Mi hanno ricoverato e il giorno seguente il ginecologo di turno ha deciso di indurre il parto con il metodo della fettuccia di propes. Le contrazioni non si sono fatte attendere, intorno all’ora di pranzo ho incominciato a sentire dolori alla gambe. 
 
Una mia difficoltà è stata che non capivo cosa si provasse durante le contrazioni, dopo qualche ora ho capito che erano inconfondibili! 
 
Ho provato varie posizioni per sentire meno dolore, mentre cercavo di aiutarmi con la respirazione. A mio avviso se riuscivo, all’inizio della contrazione, a prendere un respiro profondo e lento sentivo meno dolore. 
 
In quei momenti mi sono state vicine sia la bravissima ostetrica Francesca, sia mia zia Rosa che è arrivata apposta da Napoli! 
 
Ho provato tutte le soluzioni per non sentire dolore, come insegnato al corso preparto, ma ciò che mi ha aiutato di più è stato concentrarmi sul mio corpo e sentire che la bambina scendeva in modo naturale lungo il canale del parto e convincendomi che il mio corpo agisce secondo natura.
 
Quando sono arrivata alla giusta dilatazione mi hanno trasferita in sala parto, consiglio vivamente di portarsi un kit che contenga:
 
– bottiglia d’acqua
– gatorade
– marmellata e miele monodose
 
Questi generi di conforto serviranno per avere energie durante la fase finale del parto.
 
Sono passata da cinque centimetri di dilatazione a nove in meno di un’ora e ho preferito lo sgabello olandese per avere le gambe più divaricate e facilitare la discesa della bimba.
Come vedrete dalle foto mi sono aiutata con la liana che mi ha permesso di sentire meno dolore alle gambe.
 
Ho deciso di fare l’anestesia epidurale ed ho notato che le mie contrazioni sono divenute meno frequenti. Questo mi ha permesso di riposarmi tra l’una e l’altra.
 
Nel momento in cui si è vista la testa di Giulia ho deciso di alzarmi in piedi per dare più spazio a Giulia e all’ostetrica per prenderla.
 
Nel giro di pochi minuti è arrivata Giulia, erano le 4:20. Aveva un peso di 3,14 kg e un’altezza di 50 cm.  
In totale sono rimasta in sala parto da mezzanotte alle cinque e mezza del mattino compresi tutti i controlli per la placenta e per la bimba. E’ stato un parto dolce, non hanno dovuto darmi punti anche grazie agli esercizi e al massaggio pelvico che ho fatto nel mese precedente al parto.
 
Vi consiglio di sfruttare i due giorni di degenza post parto per imparare al meglio come gestire un neonato. Il personale del nido ha dimostrato un grandissimo impegno nel proprio lavoro, non abbiate timore a porre loro le vostre domande, si impegnano al 100% nel risolverei tutti i vostri dubbi.
 
L’ospedale NOA segue un modello UNICEF per il parto naturale un metodo che bisogna comprendere per poterlo abbracciare a pieno e adattarvisi per un parto dolce. 
Personalmente dopo essermi documentata su vari libri e articoli ho capito che  il metodo scelto al NOA rispecchiava perfettamente la mia visione sulla gravidanza.
 
Se la mia gravidanza è stata così tranquilla lo devo anche ai tanti consigli che mi hanno dato tutte le mamme incontrate durante la mia gravidanza. Ho fatto tesoro di ogni piccolo segreto che mi è stato suggerito.
 

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